08 Giugno 2018

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La speranza viene studiata per i suoi effetti terapeutici in grado di migliorare notevolmente la vita delle persone malate.

In Italia uno dei gruppi di ricerca più avanzati è quello guidato dal professor Fabrizio Benedetti, neuroscienziato dell’Università di Torino, tra i massimi esperti internazionali del placebo (una sostanza inerte o un trattamento medico privo di qualunque proprietà terapeutica) e della sua applicazione nella pratica clinica. Benedetti descrive i meccanismi con cui agisce la speranza attraverso le storie di alcuni pazienti in un libro ( La speranza è un farmaco, Mondadori) pubblicato il 29 maggio. «La speranza è una caratteristica della specie umana, di sicuro una delle più complesse emerse nel corso dell’evoluzione — premette Benedetti —. Il nostro cervello è dotato di bersagli chimici, frutto di questa evoluzione, che possono essere colpiti efficacemente sia dalle parole e dall’interazione sociale, sia da molecole e farmaci. Le speranze, la fiducia e le aspettative del paziente muovono una miriade di molecole nel cervello e, alla luce delle scoperte recenti, tale componente psicologica usa gli stessi meccanismi dei medicinali».

Insomma quando si parla di un’iniezione di fiducia non si va poi così lontano dalla realtà. Ma come possono speranza e fiducia agire sul cervello di una persona malata? «Oggi si conoscono almeno due meccanismi — spiega il neuroscienziato — Il primo: l’aspettativa e l’anticipazione della riduzione di un sintomo inducono una reale diminuzione del sintomo stesso attraverso meccanismi cognitivi in cui i lobi frontali del cervello giocano un ruolo da protagonista. Per esempio, aspettarsi un beneficio terapeutico, e quindi un miglioramento clinico, riduce l’ansia, la quale è strettamente correlata a sintomi come il dolore: maggiore è l’ansia, maggiore è il dolore. Un soggetto meno ansioso percepisce il dolore con minore intensità. L’aspettativa di un evento positivo, cioè il beneficio terapeutico, scatena anche i meccanismi cerebrali di “ricompensa”, quelli cioè che ci permettono di anticipare un evento piacevole, come una ricompensa in denaro o in cibo. In questo caso l’evento piacevole è rappresentato dalla scomparsa di un sintomo».

«Il secondo è un meccanismo di apprendimento, che può essere importante in tante situazioni — aggiunge Benedetti —. La ripetuta associazione fra il contesto intorno al paziente (per esempio, una siringa o il personale medico) e il principio farmacologico attivo (il farmaco contenuto nella siringa) induce una risposta condizionata, per cui dopo tante, ripetute associazioni, la sola vista della siringa o del medico sarà sufficiente a indurre la riduzione del sintomo. È lo stesso meccanismo del condizionamento descritto da Ivan Pavlov (un fisiologo russo degli inizi del ‘900, ndr), in cui la ripetuta associazione fra un campanello e la presentazione di cibo induceva in un cane la salivazione al solo sentire il campanello. Questi due meccanismi, l’aspettativa da un lato e l’apprendimento dall’altro, non si escludono a vicenda perché possono entrare in gioco in diverse situazioni. È stato dimostrato, infatti, che l’aspettativa svolge un ruolo importante nei processi coscienti (dolore e performance motoria), mentre l’apprendimento è implicato nei processi non coscienti (secrezione di ormoni e risposte immunitarie). Qualunque meccanismo entri in gioco nella routine clinica si ha la modulazione delle stesse vie biochimiche influenzate dai farmaci»



L’effetto può essere misurato dal punto di vista neuroscientifico attraverso tecniche sofisticate, come la risonanza magnetica funzionale (si veda il grafico), che permettono di vedere che cosa succede nel cervello del paziente durante determinate condizioni. «Nel circuito neuronale della speranza — entra nel dettaglio l’esperto — si accendono le aree più anteriori del cervello (aree prefrontali) e quelle più profonde (sistema limbico e tronco dell’encefalo). Quando si attivano, queste aree producono sostanze simili all’oppio e alla morfina (oppioidi) e alla cannabis (cannabinoidi) che producono sollievo. Tutto ciò avviene dunque nel cervello umano, dove un insieme di molecole costituisce una vera e propria farmacia interna attivata dalla relazione fra individui. Se io ho fiducia in te e spero di stare meglio, il mio cervello inizia a produrre antidolorifici naturali e il dolore diminuisce».

Insomma come scrive l’oncologo Alberto Scanni nel libro «La speranza» (Edizioni Tecniche Nuove), da poco pubblicato: «Se chi soffre vede in chi lo assiste un amico ritrova pace interiore, lo spasmo delle domande che si fa e le angosce di fronte agli eventi vengono mitigate e ricomincia a sperare». Le «prove scientifiche» degli effetti provocati dalla speranza aprono così nuovi orizzonti anche nella relazione tra medici, infermieri e persone malate. «Le parole, i comportamenti, le attitudini di chi lavora nel campo della salute attivano gli stessi meccanismi dei farmaci. Le neuroscienze mostrano come qualsiasi parola e atteggiamento abbiano un potente impatto sui circuiti nervosi del paziente. Credo che questo possa stimolare ulteriormente il comportamento empatico e compassionevole di tutto il personale sanitario», conclude Benedetti.

Pure le parole negative pronunciate da una persona possono indurre qualcosa di sgradevole in un’altra . Perché? La risposta sta nell’ansia anticipatoria. «Quando pronunciamo parole negative, in genere induciamo aspettative negative per cui l’individuo si aspetta da un momento all’altro qualcosa di spiacevole. E non c’è da sorprendersi. Se io comunico a una persona che sta per succedere qualcosa di brutto, la metto in uno stato di ansia anticipatoria, che gli serve per prepararsi ad affrontare la situazione. Lo stato d’ansia anticipatoria in cui ci troviamo in una situazione di questo tipo è dovuto all’attivazione dei nostri lobi prefrontali, cioè la parte più anteriore del cervello, che attivano una molecola, la colecistochinina, che amplifica il dolore. Ecco la ragione per cui il solo rumore del trapano del dentista ci fa sentire dolore», spiega Fabrizio Benedetti

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